Javier Adelmar Zanetti, calciatore dell’Internazionale F.C. dal 1995.
Ho sempre provato una smisurata ammirazione per Javier Zanetti, nonostante non giochi nella mia squadra del cuore, il Napoli. L’ho sempre ammirato perché incarna perfettamente il calcio per come lo vedo io, e cioè coraggio, tecnica, tenacia, correttezza assoluta e rispetto per l’avversario. Il buon Javier era soprannominato, già da giovanissimo, El tractor, perché quando parte col pallone al piede è travolgente, è un trattore che scava solchi e non si ferma, mai.
Il 10 Agosto compirà 39 anni. Trentanove. Fa parte del club degli ultramillenari, cioè quei pochissimi calciatori che hanno collezionato più di mille presenze in gare ufficiali. Zanetti durante la sua carriera ha ricoperto tutti i ruoli, tranne l’attaccante e il portiere. Ha giocato (e gioca) da incontrista, sulla fascia, da centrale difensivo, da terzino, interno di centrocampo. Insomma, dove c’è da giocare lui gioca.
Sempre.
Anche quando non dovrebbe giocare, quando è dato panchinaro perché l’Inter ha acquistato altri calciatori. Alla fine gli allenatori non ce la fanno, e a dispetto dell’età che avanza, lo schierano titolare.
Il buon Javier ha marcato i migliori giocatori al mondo, uno su tutti Lionel Messi, nella semifinale di Champions League poi vinta dall’Inter di Josè Mourinho contro i marziani del Barça. Una partita epica la sua. Ad un certo punto, il pur mostruoso Messi, di gran lunga il più forte calciatore degli ultimi dieci anni, e forse il più forte anche dei prossimi dieci, non sapeva più come fare per superarlo. Finte, controfinte, velocità, niente da fare. Messi sbatteva contro un ostacolo. Javier quella sera aveva chiuso la porta.
Lui è uno che le porte le chiude spesso. E’ molto difficile superarlo, è un po’ il Chuck Norris dell’uno contro uno, con quei quadricipiti che hanno la forma e la consistenza di un tronco di quercia.
E poi l’argentino è pure un giocatore correttissimo, il più corretto dei tempi di cui ho memoria.
E’ stato espulso tipo una volta, o due, in tutta la sua lunghissima carriera. E nel calcio moderno, veloce, fisico e duro, è davvero, davvero incredibile. Inoltre non alza mai la voce, protesta raramente e quasi mai manda a quel paese un arbitro o un avversario. Questa dote gliela invidio particolarmente.
Javier ha una resistenza fisica al limite dell’ultramaratona. E’ instancabile, o almeno lo sembra. Corre al 90° minuto allo stesso modo in cui corre al 3° minuto. Anzi, al 90° minuto crossa pure dopo aver percorso l’intera fascia destra con un avversario che gli morde le caviglie. Una roba da far impallidire un diciottenne sbarbatello della primavera.
Zanetti, e questa è la cosa che preferisco di lui, è riuscito a superare indenne anni e anni di frustrazioni, delusioni e mancanza di vittorie, fino ai trionfi di Mourinho. E’ probabilmente un caso unico da questo punto di vista, e per questo motivo l’ho idealmente abbracciato quando l’Inter ha vinto la Champions League, il massimo traguardo per un calciatore professionista dopo i campionati mondiali. Non per l’Inter, di cui, ribadisco, non sono tifoso, ma per lui, come uomo e calciatore. Perché certe volte lo sai, sai che ci sono calciatori che meritano di vincere un trofeo, per la loro carriera, per il coraggio e la perseveranza, perché ti aiutano a credere ancora nello spirito del calcio inteso come pura competizione, scevra da tutte le moderne brutture. Hanno avuto pazienza, non hanno mollato cercando facili vittorie altrove, e gli dèi del calcio li hanno premiati.
Non succede sempre, ma quando succede, dentro di te sei un po’ felice e ti dici che delle volte, anche se in ritardo, le cose giuste accadono.
Fra



